Alcune considerazioni sul libro di S. Saggioro “Né con Truman Né con Stalin”

Frontespizio del libro

di Fabio Damen - apparso su Prometeo serie 7 n. 5

È con malcelato piacere che prendiamo in considerazione il lavoro di Sandro Saggioro, Né con Truman Né con Stalin, sulla storia del Partito Comunista Internazionalista negli anni che vanno dalla sua nascita alla scissione del 1952. Il piacere non è dovuto soltanto al fatto che l’autore abbia voluto dare, a suo modo, una testimonianza storica dell’unica formazione politica che, durante la fase del secondo conflitto imperialistico mondiale, ha tentato di porre, in termini politici e organizzativi, la necessità della soluzione rivoluzionaria al conflitto stesso, ma anche all’opportunità che ci offre per ribadire alcuni concetti base. Intanto va detto che il lavoro, molto descrittivo e poco analitico, è nel complesso buono e sufficientemente documentato. Ha un taglio palesemente “bordighista”, date le origini politiche dell’autore, che ha pesantemente condizionato il lavoro di ricerca e di stesura del testo, sino a sfiorare “l’apologia”. In termini sintetici, ne emerge con prepotente evidenza come Bordiga avesse avuto ragione su tutto il fronte delle problematiche che al tempo hanno travagliato la nascita e la vita del Partito e come, per gli altri, rimanesse soltanto la confusione, l’impreparazione, uno sterile volontarismo ai limiti dell’opportunismo politico. Le cose non stavano esattamente in questi termini e un commento al libro ci fornisce l'opportunità di una necessaria puntualizzazione.

Intanto va sottolineato come il Partito non abbia rappresentato un mero atto volontaristico di un pugno di militanti che, durante la guerra, si sono inventati la necessità di dare vita ad una struttura organizzativa senza fare i conti con gli eventi e con le complesse questioni politiche che il periodo imponeva, quali la natura economica e politica della Russia, il ruolo del Partito comunista italiano, il moto partigiano, l’analisi sui sindacati e, non ultimo, le dinamiche che avevano portato l’imperialismo al secondo conflitto mondiale e ai fronti che si sarebbero spartiti il mercato internazionale del “post bellum”. Il Partito è stato il risultato di un percorso politico e di lotta di classe che prende le mosse dalla costituzione del Partito comunista d’Italia, che prosegue con le prime opposizioni alla degenerazione delle Terza internazionale, passando dall’esperienza del Comitato d’intesa, per arrivare alla costituzione della Frazione all’estero di alcuni elementi della “Sinistra italiana” sino alla formalizzazione di un partito rivoluzionario che, nel bel mezzo del conflitto imperialistico, ha alzato da solo la bandiera del disfattismo rivoluzionario e dell’internazionalismo proletario.

Poi vanno indagate le analisi che hanno portato Bordiga a negare questa esperienza e a essere, di fatto, colui che ha soggettivamente contribuito alla rottura del Partito, con una sequela di atteggiamenti sorprendentemente contraddittori e politicamente ondivaghi.

Ci limiteremo dunque a considerare alcuni aspetti di questa vicenda che nel lavoro di Saggioro appaiono, sì, ma sommersi da quel bordighismo deteriore che, reiterato sempre e comunque, finisce per non fare onore all'autore e allo stesso Bordiga. Di quegli aspetti, due su tutti, che sono stati alla base della rottura del 1952: la questione Russia – imperialismo e natura, ruolo e funzione del partito di classe, che, pur riportati con tanto di documentazione (le cinque lettere tra Onorio e Alfa), prescindono da un elemento fondamentale che va oltre la contrapposizione formale: la questione del metodo con cui i problemi vengono affrontati e gli inevitabili riflessi politici che ne sono derivati.

Sulla questione russa

Ovviamente sul tavolo analitico della discussione non c’era la natura “socialista” dell’Urss, poiché per entrambi gli interpreti, Damen e Bordiga, l’esperienza rivoluzionaria dell’Ottobre bolscevico si era chiusa abbondantemente qualche decennio prima. Né si trattava di fare le pulci alla falsa tesi trotskista dello stato proletario degenerato nella forma politica di una amministrazione burocratica, né, tanto meno, se non fosse più necessario riprendere il percorso rivoluzionario nella patria stalinista del “socialismo” in un solo paese, dandolo per scontato. Il problema stava nella definizione economica della Russia degli inizi degli anni cinquanta, se fosse caratterizzata da un capitalismo di stato oppure se questa definizione fosse parziale o, addirittura, errata. Questioni nominalistiche, di lana caprina? No. Dietro la polemica sullo stato economico dell’Urss c’era una evidente differenza di metodo d’analisi che avrebbe portato ad atteggiamenti politici diversi nell’approccio alla questione imperialistica.

Nell’affrontare di petto il problema, la confutazione della definizione di capitalismo di Stato in Russia, Bordiga si incammina su di un percorso che potremmo definire “lineare progressivo” partendo dall’assunto capitalistico del necessitato processo di concentrazione dei mezzi di produzione. Scomposto in termini elementari il concetto sarebbe questo: l’evolversi delle contraddizioni tipiche del sistema economico capitalistico stimola la concorrenza, produce crisi che, a loro volta, favoriscono il processo di concentrazione dei mezzi di produzione e del capitale finanziario. Quindi la massima concentrazione possibile, il capitalismo di Stato, è in cima al percorso storico del capitalismo e non in una fase iniziale o mediana. Come parlare di capitalismo di stato se “i nove decimi” dell’economia russa tendeva ancora al capitalismo e se solo un decimo poteva godere, a pieno titolo, di questa appartenenza? A parte l’aspetto proporzionale 9/10 che lascia un po’ perplessi, ma non è questo il punto, Bordiga si riferisce all’economia russa degli anni Venti che, con tutta la migliore volontà di questo mondo, non era paragonabile a quella degli inizi degli anni Cinquanta. Quattro piani quinquennali portati a compimento con il quinto in corso, la collettivizzazione delle terre con relativa produzione estensiva, lo sviluppo dell'industria estrattiva e pesante, prevalentemente orientata verso il settore militare, se non avevano fatto fare un salto di qualità alla Russia, certamente l'avevano abbondantemente incamminata sulla strada dello sviluppo capitalistico.

Nella terza lettera a Onorio (Onorato Damen) del 31 luglio del 1951, Alfa (Amadeo Bordiga) così si esprime al riguardo:

Il capitalismo di Stato non è un semi socialismo, ma un capitalismo vero e proprio; anzi lo sbocco del capitalismo secondo la teoria marxista della concentrazione.

È pur vero che il contesto è riferito al giusto tentativo di battere in breccia tutte quelle teorie che camuffavano le statalizzazioni come un quasi socialismo o, nel migliore dei casi, come l’anticamera al socialismo stesso, ma il sotto testo, riferito alla Russia, proponeva il concetto che lo scarso sviluppo delle forze produttive, la complessiva arretratezza economica non potevano confezionare un capitalismo di Stato che, eventualmente, tale sarebbe stato solo dopo un lungo processo di industrializzazione.

Coerentemente con questa impostazione, vedeva nei capitalismi maturi d’occidente, l’Italia di Mussolini compresa, la verifica di questa impostazione nell’intervento diretto o indiretto dello Stato nell’economia, quale espressione del processo di concentrazione, e, pertanto, nulla di tutto ciò si sarebbe potuto applicare nella arretrata Russia di quegli anni. Nella stessa lettera, qualche paragrafo prima, a migliore esposizione del concetto, anche se in maniera criptica come a volte gli capitava, in tema di Stato, classe dominante e sviluppo delle forze produttive sul medesimo scenario russo così si esprime:

Non è esatto che in una fase del capitalismo sia stata protagonista la borghesia classe e che nell’attuale sia protagonista lo Stato. Classe e Stato sono cose e nozioni diverse e non possono passarsi la stecca. Anche prima vi era lo Stato e anche dopo vi è la classe. Lo Stato non è il protagonista dei fatti economici ma un derivato di essi; se non la politica sorge dall’economia ma l’economia dalla politica e dal maneggio del potere, muore la interpretazione marxista della storia (chi lo pensa lo dica chiaro) e tornano in auge le vecchie teorie, nuovissime per i fessi, che la storia nasce dal desiderio di comando dei capi, e il desiderio di comando da quello di ricchezza.

A parte il poco azzeccato paragone finale sui capi, comando e ricchezza che poco hanno a che vedere con l’argomento, ne esce prepotente una carenza di analisi proprio sulla base della “interpretazione marxista della storia” accompagnata da una visione meccanicistica degli avvenimenti russi. Se è vero che lo Stato, inteso come strumento politico del dominio di classe, non è protagonista dei fatti economici e che ne è un derivato, fatte però le debite eccezioni delle fasi rivoluzionarie, è pur vero che l’anomalia economica e politica prodotta della sconfitta della rivoluzione russa ponesse la necessità di qualche sforzo analitico in più rispetto alla pedissequa riproposizione dello schema classico, senza per questo stravolgerlo o confutarlo.

Proprio l’impossibilità dell'arretrata e dell’isolata rivoluzione bolscevica da un contesto rivoluzionario internazionale, di marciare verso conquiste economiche socialiste, ha fornito su di un piatto d’argento al processo controrivoluzionario, quella concentrazione dei fattori produttivi nelle mani dello Stato che la stessa rivoluzione aveva posto in essere nella fase iniziale. Concentrazione che, altrimenti, sarebbe stata difficile se non impossibile. Dal 1928, data della messa in cantiere del primo Piano quinquennale, agli anni cinquanta erano passati più di due decenni e una guerra imperialista che avevano dato forma e sostanza al capitalismo di Stato russo, tanto da renderlo competitivo sul terreno dello scontro imperialistico internazionale, anche se a debita distanza da quello americano. E sempre in termini di concentrazione è ben formulata la risposta di Onorio:

Sulla generale linea di sviluppo del capitalismo monopolistico la Russia ha potuto bruciare più di una tappa grazie alla Rivoluzione d’ottobre che ha consentito l’accentramento più assoluto della economia nell’ambito dello Stato e grazie alla controrivoluzione stalinista che si è servita di questo enorme potenziale economico così accentrato per ingigantire il potere dello Stato e dare l’avvio alla esperienza estrema del capitalismo. Il protagonista di questa fase della storia è dunque lo Stato la cui economia (l’economia cioè dello Stato sovietico) riproduce i modi e i caratteri, su scala forse allargata, propri della produzione e della distribuzione capitalistica (salario, mercato, plusvalore, accumulazione ecc.).

Andando al fondo della questione, ben al di là delle definizioni sulla esistenza o meno del capitalismo di stato in Russia agli inizi degli anni cinquanta, (si era appena chiusa la guerra civile cinese ed era ancora aperta quella coreana con tanto di presenza militare sovietica in entrambi i fronti), si nota come Bordiga si incammini su di un piano inclinato pericoloso per quanto riguarda l’analisi dell’imperialismo, dei suoi maggiori interpreti, sino ad arrivare ad una posizione anti leninista sia nelle forme dell’analisi sia, soprattutto, nei contenuti e nelle conseguenze politiche che ne derivano. Completamente assorbito dalla convinzione che la chiusura della seconda guerra mondiale avesse cancellato i vecchi imperialismi europei, che quello russo fosse ancora troppo debole ed arretrato per giocare un qualsiasi ruolo, rimaneva che solo quello a stelle e strisce avrebbe dominato in lungo e in largo, e per la supremazia militare, e per quella economico finanziaria. Per cui, ai fini di una prossima ondata rivoluzionaria internazionale, o si abbatteva l’imperialismo numero uno (Usa), oppure si sarebbe perso del tempo a stuzzicare l’imperialismo numero due (Urss) o gli altri che stavano ancora leccandosi le ferite provocate dal secondo conflitto mondiale.

Nella lettera di Alfa ad Onorio del 9 luglio 1951 questo concetto è chiaramente espresso:

Esaminati tutti quei fattori si vede che l’America è il concentramento n.1 nel senso, oltre tutto il resto ed oltre la probabilità di vincere in ulteriori conflitti, che sicuramente può intervenire ovunque una rivoluzione anticapitalista vincesse. In questo senso storico dico che oggi la rivoluzione, che non può che essere internazionale, perde il tempo se non fa fuori lo Stato di Washington. Ciò significa che ne siamo ancora lontani? Okei.

Va da sé che in discussione non c’era la stesura di una sorta di graduatoria, peraltro scontata, dei primi imperialismi come in una high parade del ruolo controrivoluzionario dei vari capitalismi, ma l’atteggiamento politico che le forze rivoluzionarie avrebbero dovuto avere sul problema dell’imperialismo in generale e su di una ipotetica prospettiva rivoluzionaria che, fatalmente, avrebbe dovuto fare i conti non soltanto con il “concentramento N°1”, ma con tutti i segmenti imperialisti mondiali, indipendentemente dal posto in graduatoria che occupavano. Se gli sforzi e le energie rivoluzionarie dovevano concentrarsi sull’abbattimento dell’imperialismo N°1, quale condizione per il successo finale, se ne doveva concludere che:

1 - Occorreva allestire una lunga catena di voli charter verso gli Usa, pieni di rivoluzionari provenienti da tutte le parti del mondo che, una volta sbarcati all’aeroporto La Guardia di New York, sarebbero stati, molto probabilmente, tutti blindati immediatamente.
2 - Che la Russia, alle prese con il suo programma di industrializzazione, doveva, al pari degli altri imperialismi di serie B, essere lasciata in pace. Al massimo la si doveva osservare attentamente, studiare, seguirne gli sviluppi sino alla completa maturazione delle sue contraddizioni, una volta che anche gli altri nove decimi dell’economia fossero pervenuti al completo capitalismo.
3 - Non da ultimo, si doveva considerare che il vecchio, ma sempre valido insegnamento di Lenin, in base al quale il primo compito dei rivoluzionari è quello di combattere in casa la propria borghesia, dovesse essere messo in cantina assieme ai ferri vecchi e alle scarpe bucate.
È fuori di dubbio che una rivoluzione proletaria negli Stati Uniti spianerebbe più facilmente la strada ad analoghe esperienze su scala internazionale, indebolendo in fronte imperialistico mondiale, ma questo auspicio rimane ben all’interno del mondo onirico se non si fanno i conti con i reali rapporti di forza. La rivoluzione è la sintesi tra le spinte oggettive, materiali, che provengono dalla base economica, e la capacità soggettiva di interpretarle e di trasformarle in programma politico, mobilitazione, lotta di classe contro il capitale. Solo l’unione tra i fattori soggettivi ed oggettivi può creare una breccia nella diga dell’imperialismo mondiale, breccia che può essere fatta ovunque a condizione che un proletariato vinca sulla sua borghesia e ponga il problema dell’allargamento della breccia, e non che vinca il proletariato americano contro la sua borghesia come nella metafora biblica del popolo eletto verso la terra promessa. D’altra parte, per quanto possa valere, Bordiga non solo si metteva al di fuori dell’indicazione leninista, ma voltava le spalle alla stessa esperienza russa, in cui il processo rivoluzionario parte per primo nel paese capitalisticamente meno avanzato, e non per questo esente da soluzioni rivoluzionarie.

Nella stessa lettera del 23 luglio del 1951 Onorio così rispondeva, a proposito della perdita di tempo se non si fosse fatto fuori prima Washington:

Si dovrebbe forse per questa considerazione proclamare l’inutilità della rivoluzione in questo o in quel paese fino al giorno in cui il proletariato non fosse in grado di far fuori lo stato di Washington? Non scherziamo, anche se quanto scrivi va inteso storicamente. Ripiglio il mio accenno sull’argomento “la rivoluzione proletaria colpisce l’antagonista di classe quando e come può, la dove questi è più debole”. È proprio necessario che io aggiunga per te che la rivoluzione, anche se scoppiasse a Roccacannuccia, è sempre un momento della rivoluzione internazionale… Ma lo perderebbe sicuramente (del tempo ndr), e con esso perderebbe tutte le occasioni che la crisi del capitalismo potrà offrire al proletariato, non importa in qual punto del suo schieramento, se la rivoluzione battesse il passo nell’attesa messianica e, peggio, subordinasse il compimento della sua missione su scala internazionale alla conquista del potere negli Stati Uniti.

Questione di non poco conto se, estrapolata dalla contingenza nominalistica (capitalismo di Stato sì capitalismo di Stato no) allungava le sue conseguenze sull’analisi dell’imperialismo e sulla conseguente tattica dei rivoluzionari nei confronti della futura ripresa della lotta di classe su scala internazionale

La questione partito

L’altra questione di cui ci occupiamo, che è stata alla base della scissione del '52 e che occupa buona parte del lavoro di Saggioro, attiene alla nascita e al ruolo del partito rivoluzionario in generale e del Partito comunista internazionalista in particolare, nato con tanti sacrifici nel cuore della seconda guerra mondiale, unica organizzazione in grado, su scala mondiale, di fare il punto sulla contro rivoluzione in Russia, sul ruolo del partito comunista italiano, sul moto partigiano e su tutti i quesiti politici che all’epoca una formazione rivoluzionaria si trovava nella necessità di affrontare.

Una premessa. Alla fine degli anni quaranta, dopo il convegno di Torino del 1945 e il congresso di Firenze del 1948, l’economia italiana, come quella internazionale, si incamminava sulla strada della ricostruzione economica e politico – istituzionale. Il Partito incominciava ad aver meno presa sulle stratificazioni proletarie, alcuni militanti incominciavano a tirare i remi in barca e le possibilità di proselitismo e di propaganda politica rivoluzionaria vedevano ridurre il loro raggio d’azione. La cosa era assolutamente normale. Nella prima fase, quella clandestina della guerra e dei primi anni del dopoguerra, l’aggregazione di nuovi militanti era più facilmente possibile, pur tenendo conto delle enormi difficoltà e del ruolo nefasto del partito stalinista italiano. In quella successiva, molto meno, come sempre avviene nelle fasi di riflusso. A quel punto il problema prioritario era quello di rimodulare le forze, le strutture organizzative e le modalità d’intervento nella mutante situazione del livello e dell’intensità della lotta di classe a seconda degli spazi concessi. Ma le cose non sono andate così. La questione si è trasformata in partito sì, partito no; partito forse in base alle posizioni che Bordiga ha assunto sull’argomento sino a farlo diventare dirompente all’interno dell’organizzazione, il tutto in un immenso mare di ambiguità e contraddizioni.

Entrando direttamente nella vexata quaestio, in una lettera del 2 aprile a Ottorino Perrone, Bordiga si lancia in una filippica contro il Partito e la sua nascita nel 1943. La lettera viene riportata nel libro di Saggioro a pag. 107-108:

Allora il partito in Italia? Non si doveva costituire. Momento. Non era ungente appunto perché nel 1943-44-45 non erano visibili palingenesi classiste. Allora si doveva prima guardare bene di non prendere dentro chi non avesse la linea chiara su quei punti, e per farlo occorreva piattaformare prima bene a) i punti base marxisti su cui abbiamo sempre chiodato b) una sicura originale visione del fattaccio seconda guerra mondiale e degenerazione del Comintern. Dal 1945 al 1950 questo dovrebbe essere fatto. Se non è andata proprio bene questo è un segno che “c’è tempo” ai grandi momenti …Credo però di aver potuto dire allora: perderà Hitler, peccato e domani perderà Stalin, peccato. Con la mia pistola non ammazzo certo tutti e due, e nemmeno uno dei due. Sto a vedere. Potendo si capisce che i nuovi partitini dovrebbero lavorare in America Russia e Cina. Mezzi e tecnica non qui.

Da qualunque parte la si voglia prendere l’affermazione lascia sconcertati. Sconcerta il “tifo” per l’imperialismo hitleriano e quello stalinista, dovuto alla pessima propensione di considerare l’eventuale vittoria dell’uno o dell’altro propedeutica alla futura rivoluzione. L’assioma infatti sottintende che, vincendo un imperialismo più debole rispetto a quello americano, la futura rottura rivoluzionaria sarebbe stata più facile, per cui “peccato” per la sconfitta di Hitler come “peccato” per la stessa sorte che sarebbe toccata a Stalin, come se fosse nella logica dello scontro bellico che l’imperialismo più debole potesse avere ragione di quello più forte. Ma anche in una simile fantasiosa ipotesi rimarrebbe, pesante come un masso, che l’imperialismo vincente diventerebbe a tutti gli effetti quello più forte con nessuna chance in più per la lotta di classe in chiave rivoluzionaria. Fantasie? Certo, ma dette da Bordiga hanno finito per avere un peso e giocare un ruolo all’interno del Partito.

Altrettanto sconcertante è lo “sto a guardare”, significativo di una palese rassegnazione di fronte agli eventi della guerra, alle complesse vicende legate alla nascita del Partito e al suo rapporto con le stratificazioni proletarie che in quel periodo si erano mosse. Uno “sto a guardare” che ha caratterizzato la vita politica di Bordiga dalla seconda metà degli anni trenta sino al secondo conflitto mondiale e che è continuato anche negli anni successivi.

A parte tutto questo l’affermazione, ancora una volta, non è nominalistica, non verte soltanto sulla definizione della fase storica, ma è, ancora una volta, di metodo. Innanzitutto va messo in evidenza come Bordiga fosse sempre stato contrario non soltanto alla nascita del Partito, voluto, costruito fuori e contro la sua volontà, ma anche alla sua permanenza in una fase controrivoluzionaria come quella degli inizi degli anni cinquanta. Poi una questione emerge prepotentemente, che, pur prendendo le mosse dall’esperienza italiana del Partito comunista internazionalista, diventa lo spartiacque politico della “forma partito” che tanto peso ebbe nella scissione del 1952.

La questione riguarda la fase storica della nascita del Partito e, per legge transitiva, di tutti i partiti rivoluzionari, con l’inevitabile corollario degli aspetti tattici che ne conseguono. Nel 1943 lo Stato era allo sbando, come il suo esercito; cominciano gli scioperi nelle maggiori fabbriche del nord. Un proletariato in armi si organizza nei maggiori centri urbani e nelle valli della Lombardia e del Piemonte. Certo al traino delle forze politiche “democratiche” all’interno del moto partigiano e al seguito del Partito comunista italiano, anche se, va detto, molti di quei proletari che hanno imbracciato il fucile, ingenuamente pensavano che tutto quello fosse l’inizio di un processo rivoluzionario. La situazione era insurrezionale, la necessità di dare continuità politica ed organizzativa al partito di classe era all’ordine del giorno. Il problema era di quello fare chiarezza sulla natura imperialistica della guerra, di denunciare il ruolo controrivoluzionario della Russia e di tutti i partiti comunisti ad essa legati. L’obiettivo primario era quello di sottrarre la determinazione alla lotta di un proletariato che stava alzando la testa, alla nazionalistica e borghese prospettiva politica che il PC stalinista di Togliatti, al pari delle altre forze borghesi conservatrici dell'antifascismo, aveva inoculato nel proletariato medesimo, per incanalarla verso una prospettiva rivoluzionaria; non certo di “stare a guardare”. Solo con il senno di poi si potrebbe concludere che la nascita del Partito sia avvenuta tardi rispetto al precipitare degli eventi, ma non perché attardata da attendismi messianici, bensì perché i compagni, che ne sono stati gli artefici, hanno lavorato a questo fine in condizioni estreme, perché al confino, perché appena usciti di galera o ancora all’estero. Affermare che nel periodo 1943-45 non c’era nulla da fare perché non erano evidenti le palingenesi di una ripresa della lotta di classe, era fare torto alla realtà, oltre che essere una palese difesa della propria incapacità ad affrontare in termini leninisti il rapporto partito-classe in una fase storica del tutto particolare, come quella caratterizzata dal periodo finale della seconda guerra mondiale. A meno che Bordiga non ritenesse che la situazione non avesse a sufficienza prodotto il muoversi del proletariato italiano, che non fossero nati dei comitati di lotta politicamente autonomi, che la classe operaia non avesse compiutamente espresso dal suo seno le organizzazioni dell’assalto rivoluzionario e che, sempre da solo, iniziasse a marciare verso i primi traguardi rivoluzionari, facendo sfracelli del moto partigiano, ponendo in essere quella palingenesi proletaria tanto evocata. Se così fosse, che bisogno ci sarebbe stato di un partito? Il compito di una avanguardia politica di classe è quello di prevedere gli avvenimenti, di anticiparli, di esserne al centro quando si determinano, ma se aspetta gli sviluppi per darsi una mossa, ben che vada si presenta sulla scena dello scontro in colpevole ritardo, nel peggiore dei casi si fa scavalcare dagli avvenimenti stessi, non riuscendo ad incidere minimamente, sempre che, tra una attesa di palingenesi a l’altra, fosse riuscita a darsi un minimo di organizzazione formale. Meccanicismo, idealismo? Forse entrambi. Sta di fatto che per Bordiga il partito non doveva nascere e i compagni che ne sono stati “avventuristicamente” alla fondazione, avrebbero fatto meglio a darsi ad un “class struggle watching” che meglio avrebbe interpretato i dati obiettivi della realtà italiana di quel periodo.

Rimanendo all’interno di questo tracciato ne discende inequivocabilmente che i partiti possono nascere solo quando la palingenesi si esprime ad alti livelli, quando cioè la situazione obiettiva e soggettiva caratterizza una fase rivoluzionaria. Prima e dopo nulla o quasi. Per i rivoluzionari resterebbero solo lo studio, l’approfondimento dei temi politici importanti, il mantenimento dei pilastri teorici in attesa del momento topico in cui il partito “formale” irromperebbe sulle scena politica rivoluzionaria, liberandosi dal bozzolo della sua veste “storica” per librarsi come una farfalla nella lotta di classe già pervenuta ad una fase sufficientemente matura della sua espressione.

Negli anni successivi Bordiga sviluppò ulteriormente il concetto di partito storico e partito formale, mantenendo al centro della sua analisi che quello formale era sempre e comunque la condizione necessaria per l’assalto rivoluzionario, ma che la sua nascita e la sua operatività potevano esprimersi solo ed unicamente in una fase montante della lotta di classe. Dimenticando che:

1 - Il partito non è lo strumento politico della classe in una fase particolare della lotta di classe. Il partito, compatibilmente con i rapporti di forza vigenti tra le classi, con l’andamento economico – sociale e con tutti i vari fattori che determinano la vita del proletariato, non sceglie la situazione migliore per nascere o per trasformarsi da storico in formale, ma deve tendere ad essere sempre presente nella classe, a esserne il suo rappresentante politico anche nelle fasi contro rivoluzionarie che, poi, sono quelle che accompagnano il vivere quotidiano della classe stessa. Si può arrivare, nelle fasi più reazionarie, ad un rapporto di forza tale per cui l’avanguardia di classe può essere compressa, limitata o distrutta, ma non per decisione dei suoi militanti, ma per lo strapotere dell’avversario di classe. Se il partito è, e deve essere, lo strumento politico della lotta di classe, quest’ultima non cessa di esistere per tutto l’arco storico capitalistico, anche quando i rapporti di forza tra le classi sembrano di assoluto vantaggio per la borghesia. Sarà la situazione “obiettiva” ad allargare o a ristringere i margini d’azione dell’avanguardia politica, non essa a decidere la sua nascita o il suo scioglimento. Non sono i rivoluzionari che si possono permettere il lusso di scegliere la “fase” del loro intervento ma, al contrario, sarà la “fase” a rendere più difficile o facile l’intervento stesso.
2 - La storia del movimento operaio, l’esperienza ormai secolare della lotta di classe a livello internazionale, non è ricca di fasi rivoluzionarie, al contrario esse rappresentano soltanto dei momenti rari ed eccezionali che sono il frutto di una serie combinata di fattori oggettivi e soggettivi. Proprio per questo o il partito si sforza di attrezzarsi politicamente e organizzativamente, stabilendo rapporti di continuità con la classe e le sue lotte, e allora potrà essere la guida dell’assalto rivoluzionario nella situazione favorevole, oppure il rischio di perdere il treno diventa altamente probabile.

Su questo punto (siamo sempre al 1951), che Saggioro si guarda bene dall’affrontare, limitandosi a produrre una serie “asettica” di lettere e documenti politicamente sbilanciati a favore del “Capo” che, per definizione, ha sempre ragione, Bordiga trova il sostegno di molti compagni, tra cui quello di Ottorino Perrone (Vercesi) a suo tempo responsabile della Frazione all’estero in Belgio. Frazione che inopinatamente sciolse durante la guerra adducendo gli stessi motivi di Bordiga, fatte le debite differenze di periodo e di proiezione delle prospettive politiche (al riguardo vedi Prometeo n°2 quarta serie 1979 e n°4 1980). Non a caso le comuni analisi e gli atteggiamenti comportamentali di entrambi finirono per giocare un ruolo determinante nella imminente scissione all’interno del Partito comunista internazionalista al 1952.

Onorato Damen

Le paradossali contraddizioni di Bordiga sul partito


Il primo paradosso consiste nel fatto che, chi tanto si era speso nella critica sulla nascita e sulla prosecuzione della vita del partito, si trova, suo malgrado, nella condizione di “favorire” l’esistenza di addirittura due organizzazioni. Coerentemente con la sua impostazione, Bordiga non ha mai militato nel Partito. Non era tesserato, non ha mai partecipato ad una riunione politica o di organizzazione del lavoro, è stato assente anche al convegno del 1945 a Torino e al congresso del 1948 a Firenze. La sua “militanza” esterna consisteva nella collaborazione al giornale Battaglia comunista e alla rivista teorica Prometeo. In compenso intratteneva una fitta corrispondenza con alcuni militanti, tutti quelli che successivamente, dopo la scissione, entreranno a far parte della nuova organizzazione, attraverso la quale produceva le sue abbondanti esternazioni.

Il secondo: mentre aveva appena finito di giudicare inopportuna la nascita del partito, la sua permanenza nelle fasi storiche contro rivoluzionarie, e, siamo a metà del 1951, prima della fine dello stesso anno presentava una piattaforma politica, prendere o lasciare, in cui formulava le linee guida del Partito stesso. L’occasione era una riunione organizzativa a Firenze (8-9 dicembre 1951) a cui Bordiga non aveva nessuna intenzione di partecipare fisicamente, come da solito copione. In realtà, il cambiamento di rotta non era certo dovuto ad un ripensamento, ma dato che il Partito c’era, tanto valeva modellarlo a sua immagine e somiglianza, operando dall’esterno con la sua proposta programmatica e appoggiandosi all’interno ai soliti “yes man” che in lui continuavano a vedere la luce perennemente vivificante. In realtà la contraddizione è solo formale. Se la tesi era che il partito nel 1943-45 non doveva nascere perché la situazione non era sufficientemente rivoluzionaria, se ne deduceva che il partito può nascere solo nelle fasi montanti della lotta di classe, quando la palingenesi si è già abbondantemente espressa, cosa che non poteva essere nel dicembre del 1951, anzi, a quella data, le cose andavano molto peggio, per non dire che gli afflati di lotta di classe stavano consistentemente riducendosi. Ciò che Bordiga propone nelle “tesi caratteristiche del Partito”, riproposto da Saggioro nel suo libro a partire da pag. 341, è un partito in proiezione, futuribile, quello che dovrebbe essere. È il frutto di un processo di astrazione che ha come obiettivo quello di ripercorrere i vecchi processi di costituzione del Partito bolscevico e del Partito comunista d’Italia, prima della degenerazione stalinista, e di tracciare le linee guida di quello futuro, attraverso una serie di definizioni di principio e di paletti politici condivisibili, ma che rimangono al di fuori del complesso contesto dell'intervento nella classe, delle sue lotte, indipendentemente dal loro livello di espressione. I riferimenti all’attualità sono scarsi per non dire inesistenti. Solo nella Parte IV, sinteticamente, si accenna “all’azione del partito in Italia e altri paesi al 1952”. In questi accenni, oltre ad una serie di pronunciamenti tattico-strategici da seguire, come sullo sviluppo della Russia verso il capitalismo, “sulla necessità dialettica di lottare per la vittoria delle rivoluzioni borghesi sul regime feudale per favorire l’avvento della produzione capitalistica” (premessa teorica al futuro appoggio alle guerre di liberazione nazionale), sul concetto di dittatura del partito ed altro, l’approccio alla questione dell'attività politica, del concreto rapporto con la classe rimane, come al solito, nell’ombra. Al punto 4 infatti si dice:

Alla restrizione dell'attività pratica non segue la rinuncia dei presupposti rivoluzionari. Il partito riconosce che la restrizione di certi settori è quantitativamente accentuata ma non per questo viene mutato il complesso degli aspetti della sua attività, né vi rinuncia espressamente.

Ben detto, ma quale sarebbe l'attività? La risposta è al punto 5.

Attività principale, oggi, è il ristabilimento della teoria del comunismo marxista. Siamo ancora all'arma della critica.

Certamente, ma il processo di ristabilimento del marxismo, nell'esperienza della Sinistra italiana non è mai mancato, tanto meno all'atto della costituzione del partito che si è basato proprio sulla nuova analisi dell'imperialismo russo, sul ruolo controrivoluzionario dello stalinismo e di tutte le questione annesse. Non era qui il problema. Al punto 6 si continua:

Il partito compie oggi un lavoro di registrazione scientifica dei fenomeni sociali, al fine di confermare le tesi fondamentali del marxismo. Analizza, confronta e commenta i fatti recenti e contemporanei.

Certamente, senza teoria non si va da nessuna parte. Non c'è futuro se il partito non è in grado di seguire ed analizzare gli avvenimenti, ma non c'è futuro anche se non è in grado di tradurli in tattica d'intervento quotidiano. Altrimenti rimarrebbe a livello di Accademia senza incidere minimamente sulla realtà che sta analizzando, come se fosse un processore di dati e di analisi da archiviare e da riproporre solo in fasi avanzate della lotta di classe, dimenticandosi che il rapporto partito-classe non lo si inventa nel momento topico, ma lo si costruisce giorno per giorno, lotta dopo lotta. E poi, come è possibile che le spiegazioni del mondo sociale contemporaneo, che dovrebbero essere il frutto di un lavoro collettivo di analisi, e che dovrebbero trovare la corretta sintesi nel partito, siano di fatto vietate dal partito stesso, come si legge nel punto 7:

Ne consegue che il partito vieta la libertà personale di elaborazione e di elucubrazione di nuovi schemi e spiegazioni del mondo sociale contemporaneo: vieta la libertà individuale di analisi, di critica e di prospettiva anche per il più preparato intellettuale degli aderenti e difende la saldezza di una teoria che non è effetto di cieca fede, ma è il contenuto della scienza di classe proletaria…

C'è da rimanere allibiti. A parte il fatto che la cosiddetta scienza di classe proletaria è il frutto storico di analisi e tesi che si sono concretizzate nel programma di partito, grazie alle capacità di elaborazione teorica di singoli militanti e che, solo dopo un confronto interno al partito stesso, sono diventate gli irrinunciabili capisaldi di un bagaglio teorico rivoluzionario, il divieto riguarda anche il nuovo: come lo stato economico della Russia, la questione sindacale, la dittatura del proletariato o del Partito e il centralismo organico rappresentato dal Commissario unico.

Va da sé che l'inquisizione, che colpirebbe tutti i militanti, compresi quelli più preparati, ne risparmierebbe solo uno, l'inquisitore, come poi effettivamente è avvenuto. Siamo alle basi teoriche “dell'invarianza e del centralismo organico” che hanno prodotto una sorta di ingessatura sulla futura organizzazione, sia in termini politici sia in termini di attività pratica.

Ma anche in questo caso il problema è altro. E' la solita concezione del partito storico che a tutto pensa meno che ad essere presente nella lotta di classe. Un altro esempio lo si trova al punto 8:

Il partito considera la stampa nella fase odierna la principale attività per indicare alle masse la linea politica da seguire,

come se le masse, immaginate fuori dal loro contesto lavorativo, abbandonate ai loro problemi quotidiani di rivendicazioni economiche, di lotte per la sopravvivenza, potessero attingere alla tesi della strategia rivoluzionaria studiando avidamente le ponderose analisi della stampa comunista proposte dal partito senza che questo facesse il minimo sforzo di essere all'interno delle lotte stesse. L'unica concessione all'attività la si trova al punto 10:

L'accelerazione del processo deriva oltre che dalle cause sociali profonde delle crisi storiche, dall'opera di proselitismo e di propaganda con i ridotti mezzi a disposizione.

Nulla di più sensato ma se proselitismo e propaganda sono pesantemente arginati dalle premesse precedentemente esposte, si limiterebbero, ancora una volta, ad un lavoro esterno alla classe con, oltretutto, la pretesa che siano sufficienti a risolvere il rapporto tra il partito e la classe, a cui non si rivolge se non per grandi teoremi. In conclusione, la proposta bordighista del partito è chiara: salvaguardia dei “sacri” principi, studio e elaborazione politica, stampa e propaganda, su cui non ci sarebbe nulla da dire se non mancasse il nucleo del problema, la capacità e la volontà di tradurre tutto questo in tattica di intervento nella classe, anche nelle situazioni controrivoluzionarie e di bassa intensità della lotta di classe, quale necessaria condizione propedeutica alle successive fasi di espansione delle lotte stesse. Nel libro di Saggioro tutto questo è assente per il semplice motivo che l'Autore condivide l'impostazione che ne ha dato Bordiga. Fuori da questo schema c'è spazio solo per il velleitarismo, l'attivismo fine a se stesso, se non addirittura per l'opportunismo: a volte, gli epigoni superano i maestri, estremizzandone le analisi e le posizioni, diventando più realisti del re. Come è totalmente assente una qualunque forma di critica alle formulazioni di Bordiga, a dir poco sconcertanti, come quella che si legge a pag. 360:

Durante la seconda guerra mondiale le condizioni del movimento sono ulteriormente peggiorate, trascinando la guerra tutto il proletariato al servizio dell'imperialismo e dell'opportunismo staliniano.

Ci risiamo, ancora al 1952 lo stalinismo viene contrapposto all'imperialismo occidentale non come uno dei fronti della guerra tra imperialismi, ma declassato ad una categoria inferiore, quella dell'opportunismo politico, come se la Russia, della contro rivoluzione stalinista, avesse partecipato alla seconda carneficina imperialista solo perché costretta dall'attacco nazista, altrimenti impegnata nello sforzo di incamminarsi verso il pieno capitalismo, quindi potenza di terza serie, progressista nella sua fase economica, anche se “opportunista” sullo scenario politico domestico e internazionale e da non confondersi con il vero imperialismo.

Per non parlare della questione sindacale (“le gloriose Camere del lavoro”) come se nulla fosse successo nel rapporto di mediazione tra capitale e forza lavoro, tra il nuovo ruolo del sindacalismo e la vecchia funzione di cinghia di trasmissione, nella fase storica del dominio del capitale monopolistico. O dell’appoggio alle guerre di liberazione nazionale, perché progressive... senza prendere minimamente in considerazione il contesto imperialistico che le circondava, le condizionava, se non direttamente le provocava. Tutti fattori che hanno pesantemente contribuito alla scissione del 1952, letteralmente esplosi negli anni successivi, e che sono andati sommandosi alla fase negativa della ricostruzione postbellica caratterizzata dal consolidamento politico istituzionale del capitalismo italiano, complice l'ormai abbondantemente compiuto “tradimento” del partito comunista “ufficiale”, non più opportunista, bensì forza conservatrice e reazionaria, al pari del referente imperialismo stalinista. Ma questa è un'altra storia.

Solo su di un punto Bordiga è sempre stato coerente: nella (non) milizia, nella estraneità alla lotta di classe quotidiana, atteggiamento che ha continuato ad avere anche dopo la scissione, con il “suo” (non) partito internazionale. Partito che non avrebbe voluto, ma che se lo è trovato tra i piedi, né più e né meno di quello precedente, con la differenza che, con il secondo, forgiato a sua immagine e somiglianza, poteva soddisfare le esigenze di un partito “storico”, in attesa che le condizioni obiettive lo trasformassero in “formale”, secondo gli automatismi meccanicistici che hanno accompagnato il pensiero di Bordiga, senza le preoccupazioni tattiche del contingente che lo avrebbero allontanato dal suo intellettualistico attendismo messianico.